
Boicottaggio come forma d’azione
Come detto in precedenza i paesi occidentali sono tra i maggiori sostenitori politici ed economici dell’entità sionista e delle sue politiche genocidarie. Proprio a questo riguardo l’Italia è uno dei maggiori partner economici, con fatturati dell’ordine dei 5 miliardi tra importazioni ed esportazioni direttamente con i sionisti.
La struttura economica sionista non si basa solamente sugli aiuti finanziari dei governi complici, ma anche sul finanziamento di aziende e monopoli che lucrano sul genocidio del popolo palestinese e finanziano la macchina bellica sionista. Molti prodotti della nostra vita quotidiana, in numerosi casi, fanno parte di monopoli commerciali che traggono attivamente profitto dall’occupazione dei suoli palestinesi. Ad esempio la Bayer possiede una partnership con l’Israel Investment Authority (IIA), la quale ha un ruolo chiave nello sviluppo industriale del progetto coloniale sionista.

Per quanto riconosciamo che non è l’azione del singolo a far crollare colossi economici, la pratica del boicottaggio, ovvero quella di evitare deliberatamente di acquistare il prodotto di un’azienda complice, permette di sviluppare una maggiore consapevolezza politica, tracciando un filo rosso tra quello che è l’aspetto economico monopolistico e la violenza imperialista, che si esprime in tutta la sua brutalità nel sionismo.
Tipi di boicottaggio
Il movimento sionista si sviluppa in Europa nel corso dell’Ottocento. Il 29 agosto 1897 è convocato a Basilea, su promozione di Herzl, giornalista ungherese autore di “Lo Stato Ebraico”, il primo congresso sionista mondiale nel corso del quale viene costituita l’Organizzazione Sionista Mondiale ed elaborato un programma che prevedeva la creazione in Palestina di insediamenti ebraici.
I primi anni del 1900 sono fruttuosi per il progetto sionista, che inizia a comprare terre e creare le prime colonie. In particolare negli anni ’20, quando la Palestina si trovava sotto il protettorato britannico, si apre la strada all’ingresso di grandi capitali privati ebraici, che mettono in crisi l’economia araba, costringendo gli autoctoni ad avere come unica alternativa la vendita delle terre, accelerando il processo di colonizzazione del territorio.

Un’altra forma di boicottaggio è quella accademica, la quale richiede che tutti i rapporti tra atenei e università, aziende sioniste o aziende complici del genocidio vengano recisi.
Questo tipo di boicottaggio non si basa sull’azione del singolo individuo, ma punta a rompere i rapporti economici interni a un ateneo, nel settore della ricerca, dove straripano precarietà e competitività, e dove le aziende private finanziano progetti spesso con finalità dual use, ovvero con finalità sia civili che belliche.
Un’altra forma, infine, è quella diretta contro le aziende di morte a partecipazione statale e contro gli stessi stati, che sostengono attivamente le politiche sioniste. Come ad esempio il boicottaggio di Leonardo-Fincantieri.
Boicottaggio come forma di solidarietà
Il boicottaggio, in ogni forma in cui viene sviluppato, non significa solamente non comprare da un’azienda che supporta l’entità sionista, ma vuole dire criticare tutto il sistema sionista e l’apparato colonialista e imperialista che gli sta alle spalle, riconoscendo come non ci possa essere distinzione tra sionismo e violenza.
Il boicottaggio è una prima forma di attività politica e di solidarietà al popolo palestinese che da oltre 77 anni è vittima delle violenze coloniali.
Un primo modo per iniziare a colpire i singoli prodotti è informandosi attraverso il sito di Boycott, Divestment, Sanctions Movement (BDS) o l’applicazione “No Thanks”, che permettono di visualizzare quali prodotti sono presenti sulla “lista da boicottare”.
Lo stesso BDS fornisce anche le linee guida della campagna Palestinese per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele (PACBI), atte a limitare lo spazio di agibilità del sionismo negli spazi culturali e universitari.

Oltre il boicottaggio
Per quanto riconosciamo l’importanza del boicottaggio, soprattutto per il caso di singoli prodotti, bisogna ricordare che l’entità sionista si basa su finanziamenti e partnership miliardarie. Il sionismo è una tigre di carta, che però non può essere sconfitta individualmente.
Essere “consumatori critici” è solo una piccola parte della lotta al sionismo e all’imperialismo, che possiamo fare noi nel nostro Paese.
Il boicottaggio deve essere inquadrato sempre come un’aggiunta alla mobilitazione e alla lotta a sostegno del popolo palestinese e contro il nostro imperialismo. Deve essere una pratica condivisa e non scadere in una logica individualista, bisogna organizzarsi e mobilitarsi, dalla parte della Resistenza palestinese fino a quando il progetto sionista non sarà definitivamente fallito.
